Pravisdomini storia

Cenni storici

Antichissime sono le origini di Pravisdomini e delle sue frazioni. I primi insediamenti umani risalgono al neolitico (1250 a.C.) come confermano alcuni rinvenimenti di selci lavorate sulle rive del fiume Sile a Panigai.

Tra il materiale archeologico custodito nella sede municipale vi sono anche numerosi pezzi di manufatti in ceramica riconducibili all’Età del bronzo.
Sono stati trovati, inoltre, reperti d’epoca romana, attestanti la centuriazione della zona, nonché pezzi di origine medievale.

Il toponimo, che compare solo dopo il Mille, deriva dal latino pratum vice domini, che senz’altro stava ad indicare i possedimenti di un vicedomino, ossia di un amministratore dipendente dal Patriarca
di Aquileia e dal Vescovo di Concordia.

Pravisdomini

Il toponimo, che compare solo dopo il Mille, deriva dal latino “pratum vice domini”, che senz’altro stava ad indicare i possedimenti di un vicedomino, ossia di un amministratore dipendente dal Patriarca di Aquileia e dal Vescovo di Concordia.

Originariamente parte del feudo di Frattina cominciò ad avere sviluppo autonomo molto probabilmente con Gregorio “Squarra” della Frattina (1306) e successivamente con Enrico (1354), che ne furono i vicedomini in quegli anni. La Villa di Pravisdomini divenne Parrocchia già nel 1434 staccandosi da Azzano, ma la primitiva chiesa di S. Antonio Abate, insieme al resto dell’abitato, venne distrutta dai turchi durante l’invasione del 1477, che interessò tutto il Friuli

L’edificio venne ricostruito undici anni dopo dagli abitanti e consacrato il 1° maggio 1488 dal vescovo di Nizza, come si legge nell’antica iscrizione che si trova all’interno. Successivamente, la chiesa venne affrescata e decorata dal pittore sanvitese, Pomponio Amalteo, che si suppone abbia terminato i lavori nel 1579, e di cui rimangono il gigantesco S. Cristoforo, ormai poco visibile, sul lato sud della cinta perimetrale esterna e la maestosa pala della Resurrezione sovrastante l’altare maggiore.

La chiesa fu rimaneggiata più volte nei secoli successivi, mantenendo all’esterno la linea romanica, insieme al campanile le cui origini risalgono al 1200. L’interno invece venne restaurato nel 1886 con poco riguardo per lo stile originario, i cui elementi caratterizzanti sono invece stati riportati alla luce con gli ultimi restauri effettuati tra il 1988 e il ’90 ad opera della Sovritendenza delle Belle Arti.

Si possono attualmente ammirare affreschi antecedenti all’Amalteo, attribuiti ad Antonio da Firenze, nonché le belle capriate che erano state nascoste da un tardogotico soffitto a vela. Come molto probabilmente la primitiva chiesa, si può supporre che i Frattina abbiano fatto costruire anche il bel palazzo settecentesco, poi dei Girardi, situato nel centro di Pravisdomini, degno di nota per le sue decorazioni murali e l’originale timpano arcuato. Costruito all’inizio di questo secolo ma sullo stile delle ville settecentesche è l’altro palazzo Girardi, da qualche anno sede del Comune. La struttura ripropone gli elementi architettonici dell’epoca: timpano frontale e triplice ordine di finestre.
Del Settecento è poi la villa Morocutti, che fu abitata dall’agiata famiglia di possidenti da cui prende il nome già nella prima metà del secolo. Il fabbricato è costituito dalla residenza signorile e da un annesso rustico. Si può notare, inserito nel timpano, lo stemma gentilizio dei Mocenigo, nobile famiglia veneziana che doveva avere dei possedimenti nel territorio. Altro bel palazzo settecentesco doveva essere anche l’edificio situato di fronte a via Blessaglia, di cui rimane l’originale bifora con poggio a balaustra.

Barco

L’etimologia del toponimo è talmente incerta che non se ne può dare al momento una definizione pienamente giustificabile. Il più antico documento riguardante Barco di cui si è in possesso è una bolla papale del 1182, nella quale si conferma all’abate di Sesto al Reghena il possedimento di “Barcum”.

Detta Villa dovette passare sotto la giurisdizione dei nobili di Panigai i quali ne divennero possessori feudali. Nel 1424 già esisteva la chiesa di Barco, ma si suppone che una primitiva cappella dedicata a S. Martino fosse esistita ancora prima del Mille insieme ad un piccolo borgo di capanne. La Villa faceva parte originariamente della Pieve di Lorenzaga, dalla quale nel 1667 venne smembrata costituendosi in Parrocchia. Una lapide incastonata nel muro esterno della chiesa riporta il nome e la data di morte (1680) del primo parroco di Barco, un certo Locatelli, facente parte molto probabilmente di una famiglia di signori già residenti in loco. La chiesa fu ampliata nel 1895 e nuovamente restaurata dopo il terremoto del 1976. In tale occasione, sulle facciate esterne sono stati scoperti dei piccoli archi romanici che dovevano essere della primitiva costruzione.
Caratteristico è il campanile, definito “la torre pendente del Friuli”, per l’elevato grado d’inclinazione. Pare che la base abbia cominciato a sprofondare da un lato mentre la struttura era ancora in fase di costruzione. Barco è ancora ricca di molti edifici rurali caratteristici, coi loro mattoni a vista, preparati e cotti nella fornace Petri, che fu in piena attività dal 1890 al 1915, per poi essere fatta saltare in aria dalle truppe austriache nel ’18. Altra caratteristica di Barco è l’argine, costruito alla fine del secolo scorso per contenere le piene del fiume Sile, le cui acque giungevano prima d’allora a ridosso dell’abitato di via dell’Argine.
Pare che per qualche secolo, e in modo particolare durante il ‘700, il corso del Sile servisse, grazie al collegamento col Livenza, da via di comunicazione e scambio mercantile con Venezia. Si pensa che il punto d’approdo delle barche fosse stato proprio davanti all’ancona che tuttora si trova tra via di Sotto e via dell’Argine. Purtroppo non esistono documenti che ci permettano di risalire all’epoca in cui la piccola cappella votiva è stata costruita.
Si suppone comunque sia molto antica e che il livello del terreno sul quale poggia il basamento sia quello originario. Sempre a ridosso del fiume Sile, che giunge a Panigai, si estende l’ambito di tutela ambientale denominato “palù”, una delle poche zone umide della regione e preziosa riserva naturalistica.

Frattina

Il nome di Frattina deriva dal latino “Fracta”, ossia “tagliata”, e ciò starebbe a significare evidentemente un luogo disboscato d recente così come doveva presentarsi il posto in origine. Il feudo di Frattina fu affidato alla potente famiglia di vassalli, il cui capostipite fu Marzutto, investito della giurisdizione nel 986. Tale investitura venne rinnovata dal Patriarca di Aquileia nel 1025.

Alcuni storici sostengono che i nobili di Frattina insieme a quelli di Panigai derivino direttamente dagli Squarra di Portogruaro, signori del castello di Fratta. Tenuti sempre in grande considerazione dai patriarchi aquileiesi per la loro fedeltà, dal 1282 in poi ininterrottamente fecero parte del Parlamento della Patria Friulana e grazie a loro la località di Frattina ebbe un’importanza strategica fondamentale nell’ambito difensivo del Friuli.La nobile famiglia dovette risiedere stabilmente sul posto a partire dal 1200 e dunque a quest’epoca va fatta risalire anche la costruzione del castello, poi distrutto all’inizio del ‘400 nel corso delle lotte tra il Patriarcato e la Serenisssima. In seguito venne ricostruito e resistette alle incursioni dei turchi, ma successivamente, nel corso del tempo, i mancati interventi di manutenzionedovettero portare la struttura ad un progressivo deterioramento, tanto che poi al suo posto venne costruita una villa che nel 1917 andò a sua volta distrutta, insieme al ricchissimo archivio che vi era custodito.
Nel medesimo luogo, accanto ad alcuni rustici, ne sorge un’altra di proprietà del conte Enzo Marzutto della Frattina, alla cui famiglia appartiene anche la grande villa settecentesca con la torre rossa, che si situa alla sinistra del percorso verso Motta.Villa Maldifassi

Di fronte al luogo dove sorgeva l’antico castello si trova il lascito della contessa Giulia Maldifassi, ora sede della Parrocchia di Frattina. Il lascito comprende, oltre al suo podere, la villa settecentesca e la chiesetta di S. Nicolò, sorta sul posto dove si trovava l’antica cappella dei feudatari.
Essa poggia su un basamento del ‘300, ma l’edificio nel corso dei secoli è stato più volte rimaneggiato. All’interno sul pavimento poggia la grande lapide tombale della famiglia Frattina. Un’altra cappella ancora era proprietà di questi nobili, i quali la fecero erigere molto probabilmente verso la fine del ‘500 sul confine con Annone Veneto. Si tratta della chiesetta di S. Fosca, di cui non rimane più traccia ma dalla quale la via che di lì attraversa prende il nome.

Beata Vergine della SaluteDel ‘700 è inoltre la graziosa chiesetta della Madonna della Salute, col suo piccolo campanile dai merli ghibellini, costruita forse su un nucleo del ‘600. Si tramanda che il piccolo santuario sia stato eretto dopo la grande pestilenza che colpì tutto il Nord-Italia nel 1630, in onore della Madonna come adempimento al voto vincolato alla cessazione dell’epidemia, allo stesso modo dei veneziani.
L’opera fu portata a termine tra il 1634 e il 1639 e, in seguito a generale atto di contrizione dei parrocchiani, venne istituita una festa quinquennale tuttora celebrata e chiamata “Gran Perdon”. In tale occasione viene portata in corteo processionale l’imponente statua della Madonna custodita nel tempietto, all’interno del quale è inoltre conservato l’originale altare ligneo del ‘600 intagliato da Gerolamo Comuzzo.

Panigai

Panigai viene tuttora considerato un pregevole borgo medievale, per alcune delle architetture e per i beni culturali dell’epoca che ancora vi sono custoditi. Il toponimo molto probabilmente deriva da “panico”, termine che sta ad indicare una pianta graminacea simile al miglio composta di spighe o anche la spiga stessa del miglio. Evidentemente l’allusione è al tipo di coltivazioni originariamente presenti nella zona.

Non per nulla il sigillo di Falcomario, signore di Panigai, rinvenuto a Concordia nel ‘700, riproduce proprio una spiga di panico. Falcomario ricevette l’investitura feudale nel 1219, ma non si sa esattamente quando la nobile famiglia ebbe la giurisdizione di Panigai. Comunque è presumibile che il castello sul Sile sia stato eretto prima, nel secolo XII comedifensiva del Patriarcato di Aquileia in lotta coi trevigiani.
Il primitivo castello venne distrutto dai turchi nel 1499 e di esso rimangono poche tracce nei sotterranei del Palazzo rosso (sede di un ramo della famiglia divisasi nel 1500), ove giungeva originariamente una delle due propaggini del corpo centrale situato laddove adesso è posta villa Ovio (sede dell’altro ramo della famiglia, e dimora saltuaria anche del grande scienziato e viaggiatore, il gesuita Bortolo di Panigai).
L’edificio, strutturato a ferro di cavallo, aveva anche un secondo prolungamento che giungeva di fronte alla chiesetta di S. Giuliano. L’antico castello venne ristrutturato più volte, assumendo nella seconda metà del ‘700, dopo l’abbattimento dei due torrioni laterali, la fisionomia dell’attuale villa Ovio. Tipica villa veneta, è immersa in un grande parco circondato da antiche mura. E’ caratterizzata dal corpo centrale sovrastato dal timpano e da due ali laterali simmetriche, di cui la destra è rimasta incompiuta, mettendo così in luce elementi rinascimentali.

La facciata presenta un ampio portuale e tre ordini di finestre coi tipici poggioli balaustrati al primo piano. All’interno è affrescata e arredata, e particolarmente degna di nota è l’antica cucina mantenuta rigorosamente nella veste originale. In questa villa sono conservati libri e documenti antichi, numerose mappe del territorio, nonché quella dell’antico castello e gli statuti che i nobili di Panigai emanarono nella prima metà del ‘700, come regolamenti dell’ordine pubblico.
Lateralmente a sinistra, prima di giungere a villa Ovio, si erge la piccola chiesa di San Giuliano, fatta costruire dai Panigai nella seconda metà del ‘400, quando ormai il Friuli era sotto il dominio della Serenissima, nei confronti della quale i Panigai si dimostrarono decisamente più fedeli che ai Patriarchi aquileiesi, dai quali avevano ricevuto primariamente le investiture, poi completamente rinnovate dal doge Francesco Foscari.
Dopo tale rinnovo sorse la chiesetta di S. Giuliano. Essa viene datata tra il 1490 e il ’99. E’ composta da un’aula rettangolare con presbiterio quadrato e campanile incorporato nell’edificio.
Di notevole rilevanza storico-artistica sono gli affreschi all’interno, anch’essi risalenti al tardo ‘400 e attribuiti ad alcune maestranze locali del Bellunello.
Sul pavimento vi è la grande pietra tombale dei Panigai e attorno alla chiesa il piccolo camposanto.

testo di Cosetta Morassi

Storia dei nostri antenati di Pravisdomini, attraverso il DNA

La relazione della prof. Nerina Mogentale Profizi in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria il 20 ottobre 2007

Un grande primario della Pitié Salpetriere (il più grande ospedale d’Europa a Parigi) mi ha affidato verso gli anni 90 la redazione di vari capitoli di “Que sais-je”, il mio libro sul sangue, un’opera di grande divulgazione e nota come “La storia delle popolazioni attraverso il sangue ed ematologia geografica”.
Cosi iniziò il mio interesse e la mia grande passione per la genetica delle popolazioni. L’ospedale di Tolone dove esercitavo, mi aveva appena concesso di aprire il primo laboratorio di biologia molecolare del sud della Francia con apparecchiature sofisticate, uno dei più bei laboratori di Francia per curare i malati e studiare i virus, principalmente quelli delle epatiti e dell’aids che erano in piena espansione. Le tecniche per ricercare gli acidi nucleici, cioè l’ RNA e il DNA dei virus, sono essenzialmente le stesse di quelle per studiare il DNA degli uomini.

Ho iniziato lì la mia ricerca sul DNA dei popoli, da lì ho subito pensato ai veneti per il mio primo studio, veneti nel senso degli abitanti del nord est d’Italia. Così le mie cugine Ada e Mariangela Pitton nel 1997 e nel 1998 hanno prelevato dei ciuffi di capelli con i bulbi da persone di Pravisdomini naturalmente con il loro consenso e li hanno raccolti in piccoli flaconi, circa una quarantina. Era necessario che la nonna fosse anch’essa originaria della regione e che fosse diversa per ciascun soggetto.
Io e i miei assistenti abbiamo studiato un marchio genetico trasmesso solamente da parte di madre, il DNA mitoncondriale. Ecco perché era indispensabile per noi che la linea naturale fosse originaria di Pravisdomini. Altri quaranta campioni sono stati ottenuti da persone di Posina, paese d’origine di mio padre, comune in provincia di Vicenza. Il mio campione era quindi costituito da soggetti provenienti dal Veneto e dal Friuli.

Questo importante studio è stato pubblicato in un giornale scientifico specialistico internazionale “Annuals of human genetic” ed è stato citato in più di 500 pubblicazioni tra cui quelle di Cavalli Sforza che è il più grande specialista italiano di genetica delle popolazioni, professore dell’Università di Stanford in California. Ora Pravisdomini è conosciuto in tutti gli studi di genetica internazionale. Ma state tranquilli! Sono dati anonimi, abbiamo solo cercato di contestualizzare la storia della popolazione di questo territorio attraverso i geni.

La genetica delle popolazioni, anche grazie a questi dati raccolti, si è specializzata nella ricerca dell’ evoluzione della specie umana nella sua storia, e più precisamente nella sua preistoria. Dunque, con l’aiuto di dati storici, genealogici, archeologici e linguistici, con la ricerca genetica si sono potuti rintracciare gli effetti riprodotti in più di centinaia di migliaia di anni.

Il DNA è il supporto delle informazioni genetiche, compone i nostri geni. La molecola di DNA è formata da due fili paralleli ed è arrotolata su forme di piccoli gomitoli che formano i cromosomi. Certi segmenti particolari di cromosoma costituiscono i 30.000 geni del patrimonio genetico. Noi abbiamo 23 paia di cromosomi ereditati da nostro padre e da nostra madre, che sono contenuti negli spermatozoi degli uomini e nell’ovulo delle femmine e che saranno trasmessi ai figli al momento della fecondazione.
Così dentro una goccia di sangue, dentro un capello, nelle cellule, in ogni cellula del nostro corpo ci sono 30 mila geni con 150 mila miliardi di combinazioni che caratterizzano il patrimonio genetico di ogni individuo. Ereditato dai propri antenati viene trasmessa ai discendenti dagli ovuli o dagli spermatozoi. Così è impossibile trovare un individuo identico a se stesso tranne che nel caso dei gemelli monozigoti che hanno lo stesso capitale genetico. Dunque siamo tutti differenti uno dall’altro.

Le popolazioni si definiscono grazie all’insieme dei geni degli individui che le compongono. Mentre gli individui appaiono differenti tra di loro, il patrimonio genetico di una popolazione resta generalmente stabile da una generazione all’altra. È per questo che è stato necessario studiare un campione di Pravisdomini formato da una quarantina di persone. Il patrimonio genetico può variare ad esempio nel caso di migrazioni o a seguito di selezione naturale. Così, studiando le variazioni delle frequenze genetiche e la persistenza di associazioni particolari di geni, si può rintracciare il passato relativamente lontano degli uomini.

Il 19 settembre 1991, sul ghiacciaio delle Alpi orientali, nel Tirolo, al confine tra Austria e Italia è stato ritrovato un uomo di 5.300 anni, Otzi, dal luogo ove è stato trovato. Oggi questa mummia congelata è esposta al museo di Bolzano. Grazie alla sua buona conservazione è stato possibile analizzare il suo DNA mitocondriale. Lo studio ha evidenziato che il suo DNA corrispondeva a quello degli europei attuali e si avvicinava ai tipi particolarmente presenti nella regione di rinvenimento.

Come già detto è stato proprio il DNA mitocondriale quello che ho studiato nei campioni della popolazione di Pravisdomini. Mentre la gran parte del DNA si trova nel nucleo della cellula, il DNA mitocondriale è localizzato nei mitocondri, organelli che, presenti nel citoplasma della cellula, hanno il compito di produrre energia. I mitocondri vengono trasmessi alla discendenza solo per via materna. Infatti sono presenti solo nell’ovulo della madre; per questo saranno trasmessi solo attraverso la madre, al contrario dell’DNA nucleare che proviene da entrambi i genitori.

Pertanto questo DNA permette anche di tracciare una linea naturale di tutti i discendenti della stessa madre che avranno dna mitocondriale identico. Ciò semplifica molto il lavoro dei genetisti. E’ per questo che abbiamo domandato alle nostre cavie che la nonna fosse di Pravisdomini. Potremmo anche analizzare i cromosomi trasmessi dal padre al figlio, tuttavia l’analisi su larga scala del DNA nucleare, proveniente dal padre e dalla madre, è più complesso e dispendioso.
In attesa degli studi su larga scala del DNA nucleare, l’analisi del DNA mitocondriale ha permesso di risolvere molti enigmi del passato: le mummie egiziane, l’uomo di Neanderthal, lo scheletro dello zar Nicola II, l’uomo dei ghiacci Otzi.

In aiuto del DNA mitocondriale si son definite 9 linee europee, 7 asiatiche e 3 africane, disegnate per lettere alfabetiche. Prima di esporre i risultati dello studio del DNA degli abitanti di Pravisdomini, devo tracciare rapidamente le linee della popolazione europea.

Gli archeologi di linguistica e i genetisti hanno evidenziato due grandi periodi nel popolamento del continente europeo da parte degli homo sapiens sapiens: l’uomo moderno che ci assomiglia e che ha uno scheletro identico al nostro. Il primo periodo è chiamato paleolitico superiore e inizia circa 40.000 anni fa, il secondo periodo, il neolitico,comincia circa 10.000 anni fa.

Dunque 40.000 anni fa gli homo sapiens sapiens sono partiti dalle regioni situate nel Medio oriente e son migrati verso l’Europa, vivevano di caccia, di pesca e agricoltura. L’allevamento fu introdotto molto più tardi.
Molte migrazioni hanno contribuito al popolamento dell’Europa. Sempre provenendo dal prossimo e medio oriente gli emigranti si sono stabiliti e mescolati a quelli già presenti sul posto, rimodellando così il patrimonio genetico. Il secondo periodo di popolamento avvenne 9.000 anni fa nel neolitico,l’era della pietra levigata. Gli uomini cominciano a sedentarizzarsi e a coltivare piante selvatiche che diverranno il grano, l’orzo, ecc. Inizia l’addomesticamento degli animali. Vengono messe a punto delle nuove tecniche di lavorazione della pietra. Seguirà la produzione di vasellame e di utensili. L’archeologia, la linguistica, lo studio genetico realizzato da Cavalli Sforza ha permesso di mostrare che l’agricoltura si è diffusa progressivamente in Europa, dalle regioni del sud est, Grecia e Bulgaria, in direzione del nord ovest, Inghilterra. Attraverso dunque due vie, quella del Mediterraneo e quella del Danubio.
Grazie ai reperti archeologici sappiamo che il nord Italia è stato toccato molto presto dalle novità del neolitico se paragonato al resto dell’Europa.
Ad oggi molti ricercatori stimano che la diffusione del neolitico sia avvenuta secondo due modalità. Certi gruppi dei pressi del Medio oriente sarebbero risaliti lungo la piena del Danubio dalla costa mediterranea e avrebbero praticato l’agricoltura e l’allevamento. Le loro pratiche sarebbero poi state copiate dai vicini cacciatori e ci sarebbe stato un mescolamento tra le popolazioni del neolitico e quelle arrivate prima, tra 40.000 e 1000 anni fa.
Gli europei attuali discenderebbero dunque dagli immigrati del neolitico e dai cacciatori del paleolitico.

Grazie agli studi di genetica si è potuto stimare che il 20/30% degli europei portano associazioni di geni del neolitico, mentre il 70/80% sono portatori di varianti specifiche del paleolitico superiore.

Queste proporzioni ci danno l’idea della distribuzione genetica nelle diverse regioni d’Europa.
Per gli abitanti di Pravisdomini il nostro studio sul DNA mitocondriale ha trovato che il 30% di questi abitanti sono arrivati nella regione nel neolitico, è il tasso massimo osservato nell’Europa dell’est. La maggioranza degli abitanti di Pravisdomini il 70% possiede una linea materna che trae origine nel paleolitico superiore ovvero quello dei cacciatori. Un numero abbastanza grande di agricoltori si sarebbero installati nel territorio di Pravisdomini e i cacciatori dei dintorni venuti dalle migrazioni anteriori avrebbero assimilato le loro pratiche. Forse la regione è stata abitabile solo tardivamente.

Ecco dunque l’eredità dei nostri antenati della preistoria, a cui siamo legati. Tutti gli abitanti della terra nel loro patrimonio genetico portano i geni degli uomini della preistoria in percentuali differenti a seconda delle mescolanze di popolazioni avvenute nel tempo.

Poi abbiamo cercato nel nostro studio sul DNA di trovare l’impatto genetico trasmesso dalle differenti popolazioni che hanno lasciato resti archeologici nelle tre venezie 2.000 anni a.C. Come saprete Venezia deve il suo nome ai veneti e la civilizzazione paleoveneta è fiorita, sul territorio delle Tre Venezie, dall’alba dell’età del ferro fino al II secolo a.C.
Questo popolo che i greci chiamano Heneti e di cui Omero parla nell’Iliade, secondo la leggenda, sarebbero venuti nelle regioni orientali dopo la guerra di Troia, nel 13 secolo a.c. I veneti sbarcarono sulle rive nord dell’Adriatico.
I veneti si diffusero sul territorio del Veneto attuale ad eccezione del veronese e del trentino che erano popolati da genti Retiche. Il Friuli era meno densamente popolato dai veneti e più dai carnici, un popolo di origine celtica. Numerosi siti archeologici attestano la presenza di paleoveneti a Venezia a partire dalla fine del II millennio A.C.
Molte tecniche e tradizioni paleovenete sono sopravvissute. La conquista del territorio della laguna ha permesso di erigere i magnifici monumenti e palazzi di Venezia, con una tecnica impiegata dai paleoveneti dai 1.300 ai 1.500 anni a.C. I tetti piramidali a quattro falde dei palazzi veneziani hanno la stessa forma dei tetti di paglia dei casoni (vedi ricerca di Valentina Agnolon sul vostro libro di Pravisdomini). I veneti sono sempre stati dei grandi navigatori e certo sarebbero arrivati fino in Bretagna, all’estremità occidentale dell’Europa, e anche in Gran Bretagna.
L’imperatore romano Cesare riferisce, nella “Guerra dei Galli”, la sua vittoria sui veneti di Bretagna, nel Golfo di Morbihan.
Vannes, capitale di Morbihan, significa proprio Venezia in bretone. Questi legami dunque sembrano unire i due popoli veneti, quelli dell’Adriatico e quelli della Bretagna. Ho dunque comparato il DNA dei veneti della zona di Pravisdomini con quelli della Venezia di Morbihan, anche grazie ad un grande amico biologo bretone che ha effettuato gli stessi prelievi nelle stesse condizioni, così da comparare la ricerca.
Il risultato di tutto questo studio genetico sul DNA ha dimostrato come siamo cugini con molti abitanti della Francia ma non ho potuto cogliere un’associazione di geni molto specifici del carattere paleoveneto.

Altri popoli che hanno affiancato i veneti sono gli etruschi, un popolo del centro Italia che ha avuto una brillante civilizzazione tra il XII e il V secolo a.C. Questi antenati dei toscani di cui origine e scrittura restano ancora misteriose, sarebbero per Erodoto un popolo proveniente dalla Turchia. I genetisti Piazza di Torino e Torroni di Roma hanno tentato di scoprirne i misteri studiando il DNA degli abitanti di Murlo, un paese al sud di Siena.
In effetti questi sono proprio i ritratti viventi delle statue etrusche, gli studi compiuti hanno evidenziato che sono imparentati coi turchi. Erodoto dunque aveva ragione.

Nel nostro studio genetico gli abitanti di Pravisdomini sono risultati più simili ai toscani che agli abitanti di Posina. E’ sicuramente questione di prossimità geografiche e della barriera montuosa del nord del veneto che spiega questo fenomeno.

Un altro popolo che mi ha interessato sono i celti, chiamati galli dai romani. Arrivati nel territorio padano veneto alla fine del V° secolo a.C., si sono impadroniti subito della Lombardia e dell’Emilia Romagna. Essi costituivano un insieme di popoli che occupavano l’Europa centrale e settentrionale prima dei romani, estendendo il loro dominio al nord. Venivano dalla Svizzera, dall’Austria e dal sud ovest della Germania.

E’ legittimo in un epoca più remota che siano arrivati degli etruschi della pianura del Po. Molti genetici inglesi e americani hanno ricercato i caratteri celtici nella popolazione dei loro paesi. In particolare nella parte atlantica dell’Europa in Gran Bretagna e Irlanda, dove la lingua celtica è ancora parlata. Il patrimonio culturale celtico è molto ricco. Studiando il DNA mitocondriale materno e i cromosomi paterni hanno trovato la traccia degli antenati che venivano dall’Europa centrale presso gli Irlandesi. I caratteri celtici non sono stati rinvenuti presso gli abitanti di Pravisdomini.

Sarebbe facile supporre che i movimenti post preistorici, paleoveneti, etruschi, celtici e quelli delle grandi invasioni barbariche, dopo la caduta dell’impero romano, da parte di ostrogoti, unni e longobardi, abbiano cancellato le prime tracce del paleolitico e del neolitico. I lavori di genetica, invece, hanno dimostrato che, comparati ai movimenti delle popolazioni delle epoche preistoriche, le migrazioni post preistoriche hanno avuto un impatto limitato sul pool genetico europeo, per cui è più facile riscontrare tracce genetiche di quelle epoche, piuttosto che dei movimenti più recenti,in ordine di tempo, ma di durata inferiore. Queste ultime sono state riscontrate in popolazioni molto specifiche e dal numero limitato.
I movimenti della popolazione in Europa dopo il periodo preistorico implicavano in effetti molti meno migranti e si estendevano in un periodo molto più corto (centinaia o migliaia d’anni).

Lo studio della distribuzione dei geni sulla superficie del globo permette poco a poco di ricostruire la storia delle migrazioni della popolazione del passato. Nonostante la diversità dei caratteri fisici e genetici, tutti gli uomini d’oggi discendono dagli stessi antenati.
Detto questo, purtroppo siamo ancora lontani dall’aver trovato la soluzione al grande enigma delle nostre origini.

prof.sa Nerina Mongentale Profizi adattamento Cosetta Morassi – Maurizio Siagri

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